69. La critica alla Chiesa nell' Elogio della follia.

   Da: Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, a cura di N.
Petruzzellis, Mursia, Milano, 1970

 L' Elogio della follia, operetta satirica universalmente nota del
grande umanista olandese, scritta nel 1509, con la quale egli
colp in modo caustico le nefandezze e le incongruenze della
societ a lui contemporanea, riserva ampio spazio al mondo
ecclesiastico (papi, vescovi, teologi e monaci), criticandone con
ironia i difetti e le contraddizioni.


 sessantesimo - I professori di teologia.

   Forse sarebbe meglio passare sotto silenzio i teologi [...]
poich sono persone molto arcigne e irritabili, per evitare che mi
aggrediscano in massa con una serie di illazioni e mi costringano
a ritrattare tutto quanto ho detto. Se poi aprissi bocca per
rifiutarmi, subito mi accuserebbero d'eresia. Perch questo  il
fulmine con cui immediatamente atterriscono i disgraziati a cui
non concedono la loro benevolenza. Ma per quanto non vi siano
uomini meno disposti di loro a riconoscere i miei benefici, in
realt anch'essi mi devono non piccola gratitudine. Beati della
loro vanit, quasi che abitassero al terzo cielo, guardano
dall'alto in basso e quasi con commiserazione il resto dei
mortali, come se fossero bestie striscianti sulla terra.
Circondati da una schiera di definizioni, deduzioni, corollari,
enunciazioni implicite ed esplicite, trovano sempre tante
scappatoie, che sfuggirebbero persino alla rete di Vulcano con le
loro distinzioni, con le quali tagliano qualsiasi nodo, meglio che
non con una scure bipenne, tanto abbondano di parole mai prima
udite e di espressioni meravigliose.
   Inoltre, spiegano a loro arbitrio i pi profondi misteri: in
quale modo sia stato creato e disposto il mondo, per quali canali
si tramandi il peccato originario, in quali modi, in quale misura
e in quanto tempo si sia formato Cristo nel seno della Vergine e
come nell'Eucaristia sussistano le qualit accidentali senza la
corrispondente sostanza. Ma tutti questi argomenti sono abusati e
ormai sorpassati. Per le menti dei teologi grandi ed illuminati
non sono degni che problemi veramente importanti, come i seguenti,
la cui trattazione li fa quasi rivivere: c' un istante
discernibile nella generazione divina? - Ci sono in Cristo
generazioni molteplici? E' possibile la proposizione: Dio Padre
odia il Figlio suo? - Dio avrebbe potuto incarnarsi in una donna,
o nel diavolo, o in un asino, o in una zucca, o in un ciottolo? -
E allora, la zucca in questione, come avrebbe potuto predicare,
fare miracoli ed essere crocefissa? Che cosa avrebbe consacrato
San Pietro se avesse celebrato la messa quando il corpo di Ges
Cristo era ancora crocefisso? - E in quello stesso tempo, Cristo
si sarebbe potuto ancora definire uomo? - Dopo la resurrezione dei
morti sar permesso bere e mangiare, per prevenire la fame e la
sete, come ora?.
   Inoltre vi sono innumerevoli sottigliezze ancora assai pi
squisite: intorno agli istanti, alle nozioni, alle relazioni, alle
formalit, alle essenze, alle ecceit [nella filosofia di Duns
Scoto, 1266 circa-1308, ci che determina l'ente] - che nessuno 
capace di riconoscere, a meno di non avere occhi cos acuti da
poter scorgere nel buio oggetti inesistenti. Aggiungi poi le loro
.sentenze, tanto assurde che a paragone i paradossi stoici
appaiono volgarissime banalit. Affermano, ad esempio, che  un
delitto minore sgozzare mille uomini, che rattoppare una volta
tanto di domenica un paio di scarpe ad un povero, oppure che si
deve lasciare che tutto il mondo perisca e sprofondi nel nulla,
anzich dire una sola piccola insignificante bugia. [...].

 sessantunesimo - Religiosi ipocriti e ignoranti

   Felici quasi quanto costoro sono quelli che comunemente si
chiamano religiosi o monaci con una denominazione quanto mai
falsa, perch buona parte di essi  ben lontana dalla religione,
ed in secondo luogo non c' gente che s'incontri dappertutto e pi
di frequente. Costoro, se non ci fossi io a soccorrerli, sarebbero
senza dubbio i pi infelici di tutti. La folla li ha in odio a tal
punto che incontrarli anche soltanto per caso  gi considerato un
segno di sfortuna; tuttavia essi s'illudono con magnifiche
lusinghe. Anzitutto ritengono condizione essenziale per una vita
pia essere tanto ignoranti da non saper neppure leggere. Inoltre,
quando cantano i loro salmi numerati ma non capiti, con i loro
ragli asinini credono di accarezzare le orecchie dei santi. Ve ne
sono alcuni che dalla povert e dalla mendicit traggono persino
un guadagno rilevante, chiedono alle porte con alti lai un tozzo
di pane, e, con gran danno dei mendicanti di professione, non c'
albergo, veicolo o battello a cui non si affaccino importuni. E
cos quei soavissimi uomini, con la sporcizia, l'ignoranza, la
rozzezza, l'impudenza, vogliono - a udir loro - darci un'immagine
degli Apostoli.
   Ma lo spettacolo pi ridicolo  vederli seguire in ogni loro
atto norme rigidissime come se si regolassero su formule
matematiche, trasgredire le quali potrebbe essere pericoloso. I
sandali devono avere un certo numero di nodi, la cinghia un colore
stabilito, la veste quei determinati pezzi, e la cintura
dev'essere di una data stoffa e larghezza, il cappuccio di quella
certa ampiezza e di quel certo colore, la tonsura larga tanto e
non pi, ed hanno persino un orario per il sonno.
   Chi non vede che questa uniformit, fra tanta diversit di
corpi e di animi non pu essere equa e costante? Ma pure con
queste inezie non soltanto essi tengono in poco conto i comuni
mortali, ma si ricoprono anche a vicenda del pi feroce disprezzo,
e, mentre fanno voto di apostolica carit, non esitano per a fare
tragedie per un modo diverso d'annodare la cintura o per un colore
un poco pi scuro. Ve ne sono alcuni tanto pii e religiosi da non
indossare che vesti di rozza lana (ma sottovesti di lino di
Mileto), altri all'opposto portano abiti di lino e sottovesti di
lana. Altri hanno in orrore il denaro come fosse un veleno, ma non
evitano n le donne n il vino.
   Sorprendente  il loro impegno nel distinguersi gli uni dagli
altri nel modo di vita: tuttavia non aspirano a somigliare a
Cristo, ma semplicemente a non somigliarsi tra di loro.
   Gran parte della loro felicit consiste perci nei nomi che
usano dare ai loro ordini. Alcuni si chiamano Cordiglieri, e si
dividono nei sottordini di Colettini, Minori, Minimi e Bollisti.
Altri invece si chiamano Benedettini, altri ancora Bernardini,
Brigidensi o Agostiniani. Inoltre vi sono i Guglielmiti e i
Giacobiti, come se a tutti quanti non bastasse potersi chiamare
Cristiani. [...]

 sessantaquattresimo - I prelati

   Anche i papi, i cardinali, i vescovi, gi da molto tempo si
dedicano ad imitare con tutta seriet la vita dei regnanti, e
quasi hanno ormai superato i loro modelli.
   Se ciascuno di essi pensasse un poco di pi al significato
della sua veste di candido lino, simbolo di vita incorrotta; della
sua mitra dalle due punte trattenute da un solo nodo, simbolo
della profonda conoscenza del Vecchio e del Nuovo Testamento; dei
guanti che gli ricoprono le mani, a ricordargli che i sacramenti
si somministrano con mani pure da ogni contaminazione umana; del
pastorale, simbolo della insonne cura del proprio gregge, ed
infine della Croce, segno di vittoria su ogni passione umana - se,
ripeto, un vescovo pensasse a queste e a molte altre cose simili,
non condurrebbe una vita grama e tormentata?.
   Viceversa, oggi fanno bene se badano a se stessi. Per il resto
affidano la cura delle loro pecorelle a Cristo, o ne incaricano i
loro fratelli o vicari. Non ricordano neppure pi il significato
del loro nome di vescovo, che sta ad indicare lavoro, cure,
attenzione. Si comportano da vescovi soltanto nell'arraffare
denaro; allora non mancano certo di vigilanza n di attenzione.
[...].
   E passiamo ora ai Sommi Pontefici, vicari in terra di Cristo.
Ma se veramente si sforzassero d'emulare la vita di Ges, cio, la
povert, le fatiche, la dottrina, la croce, il disprezzo della
vita mondana; se ricordassero anche soltanto il significato del
nome di Papa, cio, padre, e del titolo di Santit, chi su
questa terra sarebbe pi infelice di loro? Chi sarebbe pronto a
conquistarsi quel seggio con tutte le sue ricchezze? E,
conquistandolo, a difenderlo con le armi, col veleno, insomma con
qualsiasi mezzo?.
   Se mai sopraggiungesse la saggezza, di quanti vantaggi non li
priverebbe? Ma che dico, la saggezza? Basterebbe soltanto un
granello di quel sale di cui fa menzione Cristo! Quante ricchezze,
quanti onori, quante giurisdizioni, vittorie, cariche, dispense,
quanti tributi, indulgenze, cavalli, muli, cortigiani,
divertimenti sfumerebbero. Vedete voi stessi qual fiera, qual
messe, qual mare di bene ho riassunto in poche parole. E al loro
posto subentrerebbero lunghe veglie, digiuni, lacrime, preghiere,
orazioni, prediche, studi, sospiri e mille altre tormentose
fatiche. N bisogna dimenticare che resterebbero a questo modo sul
lastrico tutti i copisti, scrivani, notai, legulei, promotori,
segretari, palafrenieri, stallieri, usurai, lenoni (stavo quasi
per aggiungere qualcosa di pi leggero, ma temo che non suoni
troppo duro alle orecchie), insomma tutta la massa d'uomini che
onera la Santa Sede - scusate, volevo dire che la onora. Sarebbe
un delitto veramente inumano ed esecrando, sempre meno detestabile
per di quello di voler ricondurre alla bisaccia e al bastone i
principi stessi della chiesa, lumi del mondo. Ora invece, se c'
qualche cosa da fare, si affidano a Pietro e a Paolo, a cui,
pensano, il tempo non manca, mentre riservano a se stessi onori e
piaceri.
   A questo modo, per opera mia in verit, nessuna categoria di
mortali vive una vita pi molle e spensierata di quella dei papi,
i quali credono di aver largamente adempiuto i loro doveri verso
Cristo se con mistico e quasi scenico apparato, e con cerimonie
religiose, e con sperpero di titoli quali: Magnificenza,
Reverenza, Santit, con maledizioni e benedizioni sostengono
la loro parte di vescovi.
   Far miracoli  considerato antiquato, stantio e per nulla
adatto ai tempi nuovi; istruire il popolo, troppo faticoso;
interpretare le Sacre Scritture, un esercizio da pedanti; pregare,
una perdita di tempo; piangere, cosa meschina e degna di
donnicciole; essere poveri, cosa spregevole; lasciarsi vincere,
cosa vergognosa e poco degna di chi a malapena consente ai potenti
della terra di baciargli i piedi. Morire, infine,  ritenuto cosa
sgradevole, e farsi mettere in croce, addirittura infamante.
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